
Sintropia
di Luigi Fantappié e terzo Millennio
di Giorgio Antonelli
Prologo: l'incertezza
Con
quale Dio è senza il senza-Dio? Breve discorso sul tempo futuro
Conclusione: l'immaginazione
Prologo: l'incertezza
All'ateo del terzo millennio
desidero proporre
un'immagine di Dio con cui egli possa convenientemente dimorare. E ciò a partire
dal luogo della scienza che, presso gli uomini, presso molti uomini almeno, è
luogo in cui si riflette la debolezza di Dio, luogo in cui sembra manifestarsi
la sua sconfitta in questo mondo. Non c'è dubbio infatti che la scienza,
diversamente da quanto sembra valere per Dio, abbia dato prova di saper
mantenere le sue promesse, dispiegandosi come luogo assoluto di certezza. Cosa ne
è, ad esempio, delle profezie di giustizia, che popolano l'Antico Testamento, se
confrontate con le “profezie”, realizzate o in via di realizzazione, della
scienza? Eppure a partire, in fisica, dal “principio di indeterminazione” di
Heisenberg e da, “principio di complementarità” di Bohr, in matematica dal
“teorema d'incompletezza” di Gödel e in filosofia da nozioni come quella di
“giochi linguistici” elaborata da Wittgenstein o anche dal cosiddetto “pensiero
debole”, per non parlare del neopragmatismo di Rorty, sembra che il luogo della
certezza non sia più di questo mondo.
Se la conoscenza procede dalla interazione, da quello che possiamo ribattezzare
come “l'evento della reciprocità”, ciò implica che l'incertezza costituisce la
cifra indubitabile dell'esistenza. Con la teoria della relatività, ad esempio,
lo spazio e il tempo non possono più essere pensati assolutamente, ma in
necessaria relazione con il sistema di riferimento dell'osservatore. In ambito
scientifico tutto questo comporta il ridimensionamento, la “demitizzazione”
dello statuto sperimentale, del metodo induttivo e, più in generale, del
paradigma causalistico. Se viene meno la concezione deterministica, se viene
meno con essa l'utopia dell'oggettività, se lo sperimentatore non può non far
parte del proprio esperimento, se non possiamo pensare più semplicemente in
termini di causa ed effetto, se, infine, non possiamo più far riferimento a un
osservatore assoluto, ciò significa anche che sta cambiando la nostra immagine
di Dio.
Con
quale Dio è senza il senza-Dio? Breve discorso sul tempo futuro
Il secondo principio della termodinamica stabilisce l'esistenza d'una tendenza
dell'energia alla degradazione. Tale tendenza prende il nome di entropia. Se
essa fosse valida universalmente, saremmo destinati alla “morte termica”. Se
così non è, lo si deve alla capacità dei sistemi viventi di attirare su di sé
negaentropia, ovvero ordine. Nel sistema Universo sono dunque all'opera una
tendenza “naturale” al disordine e una tendenza all'ordine.
Il matematico italiano Luigi Fantappié, sostenitore di una teoria unitaria del
mondo fisico e biologico riveduta da Giuseppe e Salvatore Arcidiacono, opera una
distinzione tra fenomeni entropici, che corrispondono ai fenomeni fisici e
chimici, e fenomeni cosiddetti “sintropici”, ovvero i fenomeni biologici, i
fenomeni della vita, i fenomeni, diremmo noi, della psiche. I fenomeni entropici
sono regolati dal principio di causalità, risultano riproducibili
sperimentalmente, sono caratterizzati da progressivo livellamento. I fenomeni
sintropici, così come li concepisce Fantappié risultano essere caratterizzati,
al contrario di quelli entropici, da differenziazione e complessificazione,
dalla tendenza a una rapida o rapidissima sparizione, dalla non suscettibilità a
essere provocati e influenzati, dalla difficile osservabilità (e non
riproducibilità sperimentale) e dall'essere governati secondo il principio di
finalità.
Ciò che a questo punto mi preme sottolineare è l'apparente paradosso che sembra
caratterizzare la sintropia: vale a dire l'inversione del senso del tempo,
inversione in virtù della quale non è più il passato a influenzare il futuro, ma
il futuro a influenzare il passato. Nei fenomeni biologici, ad esempio, sembra
all'opera una sorta di progetto, un preciso finalismo, una specifica, complessa
tendenza. La cellula, è stato detto, si comporta come se conoscesse il futuro,
ovvero come se il futuro la conoscesse. Non sembrano dunque comprensibili tali
fenomeni a partire da cause pregresse, ma tenendo conto delle finalità che li
sostengono, per così dire, dal futuro. Se i fenomeni entropici rientrano in un
orizzonte deterministico, tale che conosciute le cause si possono prevedere gli
esiti, i fenomeni sintropici risultano essere imprevedibili, improbabili,
incerti.
Ora, a me sembra che la vita stessa sia di per sé un costante, irriverente,
dissacrante e, dunque, religioso elogio dell'incertezza. Che ne è allora
dell'ateo in quest'ottica lentamente guadagnata dall'uomo occidentale? In altri
termini: con quale Dio è senza il senza-Dio? E, sempre dimorando in questa
impervia ma salutare prospettiva dell'incertezza, cosa ne è della profezia d'un
terzo millennio come tempo del generale dispiegamento della coscienza, profezia
pronunciata, tra gli altri, da Carl Gustav Jung?
Sappiamo a tale riguardo che, secondo la testimonianza dell'analista junghiano
Max Zeller, Jung avrebbe calcolato, in base a sogni propri e altrui, il tempo
necessario a completare il tempio della nuova religione: 600 anni. 600 anni!
Relegare la pienezza della profezia al tempo futuro significa in qualche modo
letteralizzare la profezia. Per questo è utile ricordare la definizione dei
tempi della profezia data da Gregorio Magno nella prima delle sue Omelie su
Ezechiele. Come infatti scrive Gregorio tre sono i tempi della profezia: il
passato, il presente e il futuro. Come vanno intesi i tre tempi?
Secondo il paradigma della fisica classica, secondo il modello di Universo
concepito da Newton ad esempio, gli eventi presenti sono contemporanei, quelli
passati non più esistenti, quelli futuri non esistenti ancora. Ciò accade in
ragione del fatto che la velocità della luce è considerata infinita. Dal momento
che la velocità della luce è considerata infinita, il mio esistere si consuma
nella presenza e nel presente. Nel paradigma della relatività, al contrario,
dove la velocità della luce è considerata finita, l'esistere non si limita al
presente, ma a tutto il cosiddetto “cronotopo” (ovvero l'universo
quadridimensionale) e, dunque, anche al passato e al futuro. Nello spaziotempo
della fisica relativistica, infatti, accade che due osservatori, legati da
contemporaneità (lo psicoterapeuta e il suo paziente, ad esempio, o anche il
profeta e il popolo d'Israele), non condividano lo stesso passato e lo stesso
futuro. Ciò accade in quella che Fantappié ha chiamato “esistenza totale”.
Tutto, sostiene il grande matematico italiano, esiste ugualmente, passato,
presente e futuro. Tutte le cose esistono insieme, tutti gli eventi passati,
presenti e futuri esistono insieme. Esistono in questo o quel luogo, adesso
oppure ieri o domani, ma tutti esistono insieme. Tale sembra essere, tra
l'altro, il presupposto della sincronicità e dell'“Unus Mundus” alchemico nella
concezione di Jung. Tale, in altri termini, il presupposto di quanto lo
psicologo svizzero definisce “psicoide”, ovvero la coappartenenza, l'abbraccio
di psiche e materia.
Gli esiti d'un tale punto di vista sono particolarmente interessanti anche per
quanto concerne il discorso profetologico. È innegabile che tra la sintropia di
Fantappié e la psicologia analitica di Jung esistano rilevanti analogie.
Fantappié, non meno di Jung, ritiene che la nostra personalità sia mossa dai
fini e non dalle cause e considera, di conseguenza, sintropici i fenomeni
psichici. Il principio di finalità, anzi, è tale da precedere l'uomo. Il
fenomeno sintropico, potremmo dire, è attratto dal suo fine. Tale attrazione al
fine, poi, tale “trascinamento finalistico” riceve, nella concezione di
Fantappié, il nome di “amore”, e ciò in conformità a un modo di pensare che fu,
ad esempio, anche di Marsilio Ficino e che, attraverso svariate mediazioni, si
fa ricondurre alla catena aurea di omerica memoria e a quella scala di Giacobbe,
lungo la quale scendevano e salivano gli angeli, scala che già i medievali
assimilavano all'immaginazione.
In quest'ottica ciò che costituisce le fondamenta dell'ordine universale, le
fondamenta di quello che i greci antichi chiamavano “cosmo” e che i romani,
orientati eticamente e giuridicamente, chiamarono “mondo”, non sono le leggi
deterministiche ma le leggi probabilistiche. È l'incertezza, insomma, che
sostiene il mondo, per quanto ciò possa suonare paradossale. L'evoluzione del
cosmo non appare dunque funzionale al suo stato iniziale, come pretendeva il
determinismo di Laplace, ma al suo stato finale. Lo stato del futuro del
sistema, in altri termini, è la causa finale che esercita la sua influenza sul
sistema allo stato presente.
L'astronomo britannico Fred Hoyle, non diversamente da Fantappié, ritiene che,
per quanto riguarda i fenomeni biologici, il senso del tempo debba essere
considerato dal futuro verso il passato. Tale “apparente” inversione del senso
del tempo non è meno valida sebbene più difficile da comprendere e non
accettata, mediamente, dagli scienziati, in quanto non passibile di
dimostrazione sperimentale. Tuttavia, sostiene Hoyle, se il consueto senso del
tempo dal passato al futuro costituisse il fondamento della biologia, la materia
vivente sarebbe inevitabilmente condotta alla distruzione. Siccome ciò non
avviene, egli conclude che i sistemi biologici sono in grado di utilizzare il
senso del tempo opposto, quello in cui le informazioni che sostengono il
processo dell'evoluzione e lo sviluppo della vita s'irradiano dal futuro verso
il passato.
Se l'Universo non va incontro a progressiva degradazione, ciò può essere
attribuito a quella che Aristotele avrebbe chiamato “causa finale”, intesa come
irradiatrice, dall'eternità, delle informazioni necessarie alla vita. A ridosso
dell'eternità, dunque, è il cosiddetto futuro che regola il nostro cosiddetto
presente. Non potremmo concepire anche la profezia (ad esempio la profezia del
terzo millennio come tempo del generale dispiegamento della coscienza) nella
prospettiva di una regolazione a ritroso degli eventi? Come finestra o punto
entro cui essa irrompe dal futuro nel nostro illusorio presente, illusorio
perché entra nel gioco di credere d'essere tale a esclusione dei tempi altri?
Conclusione: l'immaginazione
Secondo la già citata testimonianza dell'analista junghiano Max Zeller, Jung
avrebbe calcolato, in base a sogni propri e altrui, il tempo necessario a
completare il tempio della nuova religione, che è poi la religione del terzo
millennio: 600 anni. Il tempo, scrive il premio Nobel russo Ilya Prigogine,
nasce e il tempo precede l'esistenza. Non essendo nato con il nostro universo,
il tempo, il tempo che egli dice “creativo”, farà nascere altri universi. Di
tutto questo la nostra esperienza di uomini, se non ci appropriamo della storia,
se non derubiamo la storia, può dirci ben poco. E la storia, forse, non ci
chiede d'essere continuamente derubata? Non è forse in ciò che ancora si
conserva e ci conserva?
Il tempo, certo, non è soltanto quello che abitiamo a partire da questo o quell'evento.
Esistono, come s'è già visto, tempi diversi e complementarmente tali. Dalla
fisica classica provengono due nozioni di tempo: il “tempo degradazione”
dell'entropia e il “tempo illusione” di Einstein. Altri hanno provveduto a
declinare ulteriori versioni del tempo: il cosiddetto “tempo zero”, ad esempio,
secondo il quale l'Universo è un punto e il punto il principio, il “tempo
cinematico” (misurato sui fenomeni del mondo atomico), secondo il quale
l'Universo è in espansione e destinato a una fine, e il “tempo dinamico”
(misurato sui fenomeni della gravitazione), secondo il quale l'Universo non
s'origina nel tempo e non è in espansione. In questo elenco mi sembra
rispondente a giustizia includere un tempo altro, il tempo dei profeti. Se
esiste un tempo dei profeti, esso è certamente il tempo della sintropia, del
lungo abbraccio che il futuro protende al presente. Dico “certamente”, ma è
proprio dalla sintropia che ci viene il dono dell'incertezza, dono che per noi
abitanti della terra è anche destino.
Nietzsche sosteneva che il capolavoro della sua vita consisteva nel fatto di
aver creato distanze dentro sé. Con l'affermare che il tempo sintropico è il
tempo della complessificazione e della differenziazione, voglio soprattutto
dire, con Nietzsche, che esso è il tempo della creazione di distanze dentro sé.
Se è vero che Nietzsche è il profeta della psicologia del profondo, se Jung ha
potuto profetizzare, a ridosso di Nietzsche, l'avvento d'un terzo millennio,
sembra altrettanto significativo che le profezie di entrambi convergano in
direzione d'una coscienza sintropica, una coscienza cioè capace di creare
distanze dentro sé, una coscienza capace di dimorare con i tempi e le loro
vitali illusorietà, una coscienza altamente differenziata, dunque, alla quale
voglio dare il nome, provvisorio, di immaginazione.
Con ciò non intendo contraddire la tesi di Sartre secondo cui l'immaginazione,
lungi dall'essere caratteristica della coscienza, si costituisce come condizione
essenziale e trascendentale della coscienza stessa, come “fondo”, si potrebbe
aggiungere, per impiegare un termine che fu proprio del misticismo renano. Tale
tesi, anzi, mi sembra particolarmente congeniale con quanto vado dicendo, cosi
come congeniale mi sembra la concezione di “immaginazione produttiva” elaborata
dal filosofo scozzese David Hume. La ragione, sostiene Hume, è incapace di
mostrare la connessione di un oggetto con un altro; la ragione, insomma, è fatta
di vuoti, è fatta di fallimenti che solo l'immaginazione può colmare o
contenere.
È stato detto che “immaginazione” è la parola chiave dell'epistemologia di Hume.
E sembra che lo sia stata, più segretamente forse e certamente solo
temporaneamente, anche per Kant. Come è stato rilevato da Heidegger, infatti,
nel passaggio dalla prima edizione della “Critica della ragion pura” alla
seconda, il primato un tempo assegnato all'immaginazione (motivato dal fatto che
la conoscenza è in tanto possibile in quanto finita) cede il passo al primato
della ragione. Kant ha, secondo Heidegger, fatto marcia indietro, non si è
sentito di affermare, come aveva ad esempio affermato a suo tempo Giordano
Bruno, che l'immaginazione è “potente di procedere in infinito”. Di procedere,
potremmo aggiungere, fino a Dio.
Forse il Dio che ci abbandona, pensato dal grande teologo protestante Dietrich
Bonhoeffer, è semplicemente il Dio che ha abbandonato lo spazio e il tempo di
Newton e Laplace per venire incontro a noi dal futuro. Dal futuro a un presente
propriamente ateo, un presente nel quale la storia non può più immaginarsi
circolare, come fu per gli antichi indiani, per i greci e i romani, né come
freccia destinata alla meta della “città di Dio”, come dettò Agostino. L'eterno
residuo di futuro cui guardano gli uomini del presente è lo stesso luogo dal
quale, forse, Dio torna indietro verso noi. E forse il Dio della sconfitta, di
cui s'è detto all'inizio e del quale ha scritto Sergio Quinzio, è il volto in
cui si riflette la presente difficoltà d'un troppo umano trapasso in direzione
di rinnovati incontri, il volto temporaneo con cui il tramonto della ragione non
ha ancora finito di intrattenersi.
Ecco, allora, l'immagine di Dio che propongo all'ateo del terzo millennio: non
un Dio che ci insegue dal passato, un Dio, per così dire, della causalità, ma un
Dio che deve ancora venire, un Dio che, adesso, nel momento stesso in cui la
parola costruisce un ponte per i nostri volti, sta venendo, e, anzi, da sempre
sta venendo. L'immagine di Dio che propongo, ovvero pongo di fronte ad occhi che
la condividano, è un Dio dell'immagine, un Dio che sempre viene, insistentemente
viene dal futuro a condividere con l'uomo un luogo: il luogo dell'immaginazione.
Se, infatti, parlo di “immagine di Dio” è perché non altra mi sembra poter
essere tale dimora di condivisione, di incontro, di reciprocità se non la
presente dimora dell'immaginazione.
GIORGIO
ANTONELLI
I libri di Giorgio Antonelli sono pubblicati presso Di
Renzo Editore